Se l’elusione fiscale «inquina» la democrazia

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Di Gabriel Zucman

  • 04 luglio 2018
  • Come ben sappiamo, le multinazionali digitali non pagano molte imposte in Europa. Google, Facebook e Apple, come altre, si sono specializzate nel trasferire le proprie operazioni in territori o Paesi dove le tasse sui profitti sono basse o perlopiù inesistenti.

    Al fine di limitare queste strategie elusive, la Commissione europea ha proposto di tassare le multinazionali digitali con un’imposta del 3% sul fatturato. Questo piano è stato presentato a Bruxelles da Pierre Moscovici, Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, appoggiato dal presidente francese Emmanuel Macron. Tuttavia, anche questa tassa verrà implementata (e non c’è ancora la certezza che questo avvenga, poiché l’Irlanda, il Lussemburgo e Malta sono contrarie a questa proposta, anche se nessuno sembra scandalizzato), sarà solamente un rimedio momentaneo.

    La Commissione Europea lo ammette pubblicamente, affermando che questa sarà solamente una misura ad interim finché non si arriverà a una riforma sostanziale che l’Unione Europea attende... dal 1975.

    Ma facciamo un po’ il punto della situazione. Grazie alla globalizzazione finanziaria, l’opportunità di elusione fiscale per le multinazionali si sono multiplicate. Queste registrano enormi profitti in un gruppo di paradisi fiscali, capitanati da Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Singapore, Hong Kong e Bermuda. Nel mondo, più del 40% dei profitti delle multinazionali è trasferito in questi Paesi. L’equivalente di 600 milioni di euro generati in Francia, Italia, Stati Uniti o in economie emergenti, ma fatturati e quindi tassati (a livelli vicini allo zero) in questi Paesi che offrono una fiscalità vantaggiosa.

    Questo tipo di strategie colpiscono tutti i settori dell’economia, dall’industria farmaceutica all’industria finanziaria, automobilistica e tessile. I complimenti vanno fatti a questi giganti della Silicon Valley che hanno dimostrato una particolare inventiva nel creare queste strutture fiscali. Google-Alphabet, per esempio, ha fatturato circa 20 miliardi di dollari di profitti nelle Bermuda nel 2016. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare l’ottimizzazione fiscale non è prerogativa esclusiva delle imprese digitali.

    Cosa possiamo fare dunque? L’approccio migliore consiste nel cambiare il modo in cui i profitti soggetti a tassazione in ciascun Paese vengono calcolati. Concretamente, propongo di prendere i profitti consolidati delle multinazionali e distribuirli attraverso una formula basata sul fatturato realizzato in ciascun Paese.

    Se, per esempio, il 10% del fatturato di Apple proviene dall’Italia, il 10% degli utili sarà tassato in Italia. Con questo sistema, sarebbe impossibile portare grandi profitti in Irlanda o alle Bermuda. Perché se oggi le multinazionali possono facilmente scegliere dove fatturare i propri profitti, queste non controllano dove si trovano i loro clienti, che non si possono trasferire facilmente alle Isole Cayman.

    Questa soluzione è particolarmente efficace per le multinazinali digitali. Continuando con l’esempio di Apple in Italia, il ministro dell’Economia e delle finanze conosce esattamente quanto valgono tutti i computer, cellulari, tablet e servizi venduti sul mercato Italiano. I consumatori finali di queste multinazionali sono identificati perché queste informazioni permettono l’applicazione dell’Iva.

    Sono anni che l’Unione europea discute una simile riforma. Stiamo parlando dell’implementazione della base imponibile comune e consolidata (Common Consolidated Corporate Tax Base o Ccctb). E sono anni che l’Irlanda, il Lussemburgo e gli altri paradisi fiscali nell’Unione europea si oppongono a questa riforma che metterebbe fine al loro sviluppo strategico basato sul dumping fiscale.

    Ma l’opinione dei governi dei paradisi fiscali non è vincolante. Non c’è niente che possa fermare l’Italia, la Francia e altri Paesi europei se questi scegliessero di implementare questa riforma in maniera unilaterale. Questi stati potrebbero chiedere alle multinazionali di comunicare dati sui loro profitti consolidati e il fatturato relativo a questi Paesi, al fine di poter calcolare i profitti imponibili in ciascuno stato. Alle multinazionali che si rifiutassero di provvedere alla comunicazione di questi dati contabili sarebbe vietato l’accesso al mercato nazionale.

    Una soluzione basata sulla cooperazione tra Paesi è logicamente preferibile. Ma conviene aspettare che l’Irlanda e Lussemburgo cambino idea? Il rischio politico è alto, perché la globalizzazione non avrà un gran futuro, se quelli che fanno i profitti più alti vedono le proprie tasse abbassarsi mentre quelli che soffrono l’impatto della globalizzazione le vedono incrementare. Il voto negli Stati Uniti per Trump o il voto per la Brexit nel Regno Unito possono essere interpretati come una reazione a questa situazione.

    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-07-04/se-l-elusione-fiscale-inquina-democrazia-161345.shtml?uuid=AELupMGF
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