È tempo che le multinazionali tornino a casa dai paradisi fiscali

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Big bang, rivoluzione, cataclisma: negli ultimi giorni, i commentatori economici di tutto il mondo, di solito non avezzi all’iperbole, hanno moltiplicato l’uso di superlativi per descrivere il processo di riforma fiscale internazionale. Hanno ragione. Per la prima volta, siamo più vicini a un cambiamento che finalmente farebbe sì che le multinazionali pagassero la loro giusta quota di imposte, assicurando ai governi importanti risorse finanziarie.

Ricapitoliamo. Nel 2013, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha aperto la strada, avviando una serie di riforme, come il più ampio scambio di informazioni tra le autorità fiscali, e richiedendo alle multinazionali di presentare relazioni Paese per Paese sul luogo in cui svolgono le loro attività commerciali e pagano le tasse. Ma la stessa Ocse riconosce che le riforme fatte finora sono insufficienti. Le multinazionali continuano a dichiarare i loro profitti dove vogliono, utilizzando i prezzi di trasferimento per manipolare il valore delle transazioni tra le varie società controllate.

Questi accordi finanziari sono complessi, ma la loro logica è piuttosto semplice. Basta per le multinazionali dichiarare bassi profitti nelle filiali situate in paesi con imposte elevate – per esempio, attraverso il pagamento di licenze per titoli di proprietà intellettuale da altre filiali del gruppo – per trasferire i loro profitti in paesi con un’imposta sulle società bassa (o nulla). Il trucco è ancora più facile per le aziende digitali o in generale per le transazioni digitali. In questo modo, secondo l’economista Gabriel Zucman, il 40% degli utili realizzati all’estero dalle multinazionali di tutto il mondo viene trasferito artificialmente nei paradisi fiscali.

In termini concreti, ciò significa che i Paesi sviluppati e in via di sviluppo possono ricevere in sostanza nessun gettito fiscale dalle multinazionali che operano nei loro territori. Negli Stati Uniti, ad esempio, 60 delle 500 società più grandi, tra cui Amazon, Netflix e General Motors, non hanno pagato imposte nel 2018, nonostante utili aggregati di 79 miliardi di dollari.

La rabbia pubblica, esasperata dai programmi di austerità in atto dalla crisi finanziaria del 2008, ha spinto i governi a prendere in considerazione soluzioni per aumentare le loro risorse. Quelli che sono abbastanza potenti da sfidare l’ordine mondiale, come l’India, hanno dato alla comunità internazionale un ultimatum, affermando che, se il sistema fiscale internazionale non è riformato, lo faranno da soli. La mossa dell’India potrebbe presto essere seguita da una serie di altri Paesi e questo sarebbe un incubo per le multinazionali. Naturalmente, preferiscono lo status quo, ma nulla sarebbe peggiore per loro che destreggiarsi tra decine di sistemi fiscali nazionali.

Da qui l’importanza della recente proposta di un gruppo di 129 Stati raggruppati sotto l’egida dell’Ocse, che consentirebbe ai Paesi di stimare le imposte versate dalle multinazionali in base all’attività che svolgono nei loro territori, ma anche ai margini di profitto che le multinazionali realizzano a livello mondiale. Ciò significa che, per la prima volta, le multinazionali non saranno più considerate come una miriade di filiali indipendenti, ma come ciò che sono realmente: imprese unitarie che realizzano profitti in un mercato globale, grazie all’integrazione delle loro attività tra le giurisdizioni.

La soluzione che abbiamo sostenuto nella Commissione indipendente per la riforma della tassazione delle imprese multinazionali (Icrict), che presiedo, è una formula globale che garantirebbe che gli utili globali delle multinazionali – e quindi le imposte associate – possano essere ripartiti tra i paesi secondo fattori oggettivi come le vendite, l’occupazione, le risorse e gli utenti digitali. Un gruppo di Paesi in via di sviluppo guidato da India, Colombia e Ghana chiede l’introduzione di un metodo simile, anche se più semplice, che può essere gestito dalle autorità di questi Paesi. Questa è l’unica proposta sul tavolo che considera i dipendenti come un fattore rilevante per la distribuzione degli utili, e favorirebbe quindi i Paesi in via di sviluppo, che ospitano una larga parte dei dipendenti delle multinazionali.

L’Icrict sostiene anche la proposta avanzata da Germania e Francia di introdurre a livello mondiale un’imposta minima sulle società. Qualsiasi multinazionale che dirotti i profitti in un paradiso fiscale potrebbe quindi essere tassata nel proprio Paese d’origine, fino a questo tasso minimo. Ciò ridurrebbe il suo interesse a trasferire gli utili ai paradisi fiscali e frenerebbe la corsa al ribasso in termini di imposte sul reddito delle imprese.

Naturalmente, i Paesi che si impegnano in tal senso rinuncerebbero al diritto di offrire incentivi fiscali. Si tratta di una questione fondamentale per i Paesi in via di sviluppo. Ma possono anche beneficiare di questa decisione. Un’imposta minima globale potrebbe fornire risorse preziose a questi Paesi, che sono più dipendenti dalle imposte sulle società rispetto a quelli sviluppati. Rappresentano infatti il 15% del gettito fiscale totale in Africa e in America Latina, rispetto al 9% dei Paesi Ocse.

Il G20 ha incaricato l’Ocse di raggiungere un accordo definitivo entro l’inizio del 2020. I Paesi in via di sviluppo sono ben consapevoli delle questioni in gioco. L’imposta minima è una proposta che va innanzitutto a vantaggio dei Paesi più ricchi che ospitano multinazionali. I Paesi in via di sviluppo dovrebbero pertanto accettare quest’aliquota minima, solo se i Paesi sviluppati accettano una ridistribuzione equa del modo in cui gli utili delle multinazionali – e le imposte associate – sono ripartiti.

Questa riforma non è più una semplice discussione tecnica, ma eminentemente politica. I 129 Paesi sembrano averlo capito, rivelando la loro volontà di trovare un consenso in un momento in cui il multilateralismo non prevale su altri temi. L’aumento dell’estremismo nel mondo dimostra che le disuguaglianze all’interno e tra i Paesi devono essere affrontate. Questa è un’opportunità unica. I governi non hanno il diritto di sprecarla.

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