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Basta paradisi fiscali, tassa minima sui profitti

di Eva Joly | 26 NOVEMBRE 2020

Speravamo davvero che il club dei paesi ricchi che è l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) potesse offrire al mondo soluzioni per porre fine agli abusi fiscali delle multinazionali? Sette anni dopo aver ricevuto il mandato dal G20 - le prime 20 economie mondiali - di rivedere il sistema fiscale internazionale, l'istituzione ha recentemente rivelato una serie di proposte tanto complesse quanto deludenti.

Eppure, all'inizio dell'anno, c’era stata una parvenza di ottimismo: per la prima volta, i paesi hanno concordato che le aziende devono pagare le loro tasse a seconda di dove si trovano i loro clienti, le fabbriche e i dipendenti, e non dove acquistano una casella postale nei paradisi fiscali. Ma alla fine delle trattative, la montagna ha partorito un topolino. Non è una sorpresa. L'Ocse aveva certamente cercato di legittimare la sua pretesa di parlare a nome di tutti creando un "quadro inclusivo" che coinvolgesse i Paesi in via di sviluppo. In realtà, delle 137 nazioni che siedono attorno al tavolo delle trattative, solo i Paesi del G7 - quelli che ospitano le sedi delle maggiori multinazionali e i loro gruppi di pressione - hanno voce in capitolo. Alla fine, le soluzioni raccomandate dall'OCSE limitano pochissimi flussi finanziari ai paradisi fiscali, e le scarse risorse recuperate andrebbero principalmente a beneficio dei paesi ricchi.

Già scandalosa in passato, questa situazione è semplicemente intollerabile in un momento in cui il pianeta è devastato dall'epidemia di coronavirus. I servizi pubblici di tutto il mondo stanno lottando per far fronte all'emergenza, dopo decenni di tagli al bilancio. E questo anche se ogni anno i governi perdono più di 362 miliardi di euro a causa dei paradisi fiscali, come rivela un recente rapporto intitolato "The State of Tax Justice 2020", pubblicato da Tax Justice Network, Public Services International e Global Alliance for Tax Justice.

Il primo a stimare, paese per paese in tutto il mondo, la perdita di risorse causata da abusi fiscali aziendali e individuali, e ciò che questo rappresenta in termini di spesa sanitaria, questo rapporto è agghiacciante. A livello globale, queste deviazioni corrispondono al 9,2% dei bilanci sanitari, pari agli stipendi di 34 milioni di infermieri. L'impatto è ancora più devastante nei Paesi in via di sviluppo, dove il deficit rappresenta il 52,4% della loro spesa sanitaria. L’Italia, ad esempio, perde ogni anno l'9% del budget sanitario del paese, che pagherebbe circa 380.000 infermieri all'anno.

Gli ospedali hanno bisogno di più risorse. Il sistema educativo ha bisogno di più risorse. Le piccole imprese, che sono sull'orlo del fallimento, hanno bisogno di più risorse. E qualcuno dovrà pagare il conto. Ecco perché è urgente andare a prendere questi fondi da dove sono, dai paradisi fiscali. E poiché l'OCSE non è in grado di imporre una riforma, è giunto il momento che l'Unione Europea (UE) vada avanti, in particolare introducendo imposta minima effettiva sugli utili delle imprese.

Nella Commissione Indipendente per la Riforma Internazionale dell'Imposta sulle Società (ICRICT) - di cui sono membro, insieme ad economisti come Joseph Stiglitz, Thomas Piketty e Gabriel Zucman - calcoliamo che dovrebbe essere almeno del 25%. Inoltre, anche il Presidente eletto degli Stati Uniti, Joseph Biden, sostiene un’aliquota minima globale del 21%. Sostenere un livello più basso alimenterebbe di fatto la corsa al ribasso in termini di imposte sulle società, causando un ulteriore calo del gettito fiscale.

Naturalmente, c'è una forte opposizione all'interno della stessa UE, per un semplice motivo: se puntiamo facilmente il dito contro le piccole isole dei Caraibi, è per far dimenticare che il Vecchio Continente è pieno di paradisi fiscali. Ogni anno, ad esempio, i Paesi Bassi rubano l'equivalente di 10 miliardi di dollari ai vicini dell'UE. Ma i Paesi Bassi non sono soli: Lussemburgo, Irlanda, Cipro o Malta non fanno molto meglio.

Questo gruppo di Stati blocca da anni qualsiasi riforma, approfittando del fatto che le questioni fiscali richiedono l'unanimità. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha però a disposizione un'arma formidabile per andare avanti. L'articolo 116 del Trattato, relativo all'uguaglianza delle regole di concorrenza tra gli Stati - violata da questo dumping fiscale - consentirebbe di aggirare il requisito dell'unanimità e di porre fine al saccheggio delle risorse fiscali da parte di alcuni Stati. Ursula von der Leyen ha la forza politica per farlo e dovrebbe essere sostenuta dalla Germania, che detiene la presidenza del Consiglio europeo fino alla fine dell'anno ed è uno dei paesi più colpiti dagli abusi fiscali sulle imprese.

Un'iniziativa della Commissione sarebbe ideale, soprattutto perché avrebbe un impatto globale, dato che l'Europa è un mercato chiave per le multinazionali. Ma se ciò non avvenisse, Francia, Germania, Spagna, Italia e altri Paesi della regione potrebbero, insieme, avviare questa riforma fiscale, grazie al meccanismo di cooperazione rafforzata che può essere istituito con un gruppo di almeno nove Paesi – e che ha gia’ permesso, ad esempio, la creazione di una Procura Europea. In un momento in cui la seconda ondata del coronavirus sta mettendo in ginocchio l'intera Europa, lo status quo non e’ piu’ accettabile.

Eva Joly è membro della Commissione indipendente per la riforma internazionale della tassazione delle imprese (ICRICT) ed ex membro del Parlamento europeo, dove è stata vicepresidente della Commissione d'inchiesta sul riciclaggio di denaro, l'evasione fiscale e la frode.

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